Puoi decidere di non respirare per qualche secondo. All’inizio è facile. Poi compare una sensazione sempre più evidente: vuoi riprendere fiato. Viene spontaneo pensare che stia semplicemente finendo l’ossigeno. Durante quei secondi, però, nel corpo continuano due processi: consumiamo ossigeno e produciamo anidride carbonica. Il corpo rileva questi cambiamenti e, poco alla volta, il bisogno di respirare aumenta.
Quella sensazione che conosciamo così bene dipende quindi anche dalla CO₂ che si accumula mentre aspettiamo di fare il respiro successivo.
Cosa succede mentre non respiriamo
Anche se smettiamo per qualche secondo di inspirare ed espirare, il resto del corpo continua a lavorare. Il sangue porta ossigeno ai tessuti, le cellule lo utilizzano e producono anidride carbonica. Finché non riprendiamo a respirare, questa CO₂ non può essere eliminata normalmente attraverso i polmoni e la sua concentrazione aumenta. Durante una breve apnea possiamo quasi seguire questi cambiamenti attraverso le sensazioni: nei primi secondi può non accadere molto, poi il desiderio di inspirare comincia a farsi sentire.
Perché la CO₂ ci fa venire voglia di respirare
L’anidride carbonica viene spesso considerata semplicemente una sostanza di scarto della respirazione. Ha però anche un ruolo importante nel modo in cui il corpo regola il respiro. Quando tratteniamo il respiro, la CO₂ continua ad aumentare. Questo aumento modifica anche il pH, e i recettori sensibili a questi cambiamenti contribuiscono alla risposta del sistema nervoso che regola la respirazione. Lo stimolo a respirare diventa così progressivamente più forte.
Ecco perché possiamo sentire un bisogno evidente di riprendere fiato anche se nel sangue è ancora presente ossigeno.
E l’ossigeno?
Mentre tratteniamo il respiro, l’ossigeno diminuisce e la CO₂ aumenta. Entrambi i cambiamenti possono influenzare la risposta dell’organismo, ma non nello stesso modo. In una breve apnea, l’aumento della CO₂ contribuisce in modo importante allo stimolo a respirare; quando invece l’ossigeno scende a livelli sufficientemente bassi, anche la sua diminuzione diventa uno stimolo rilevante. La sensazione che ci spinge a riprendere fiato, quindi, non ci dice semplicemente quanto ossigeno abbiamo ancora a disposizione.
Quando trattenere il respiro diventa più difficile
All’inizio possiamo rimanere in apnea senza particolare difficoltà. Poi il desiderio di respirare diventa sempre più presente: quello che nei primi secondi era appena percepibile può trasformarsi in uno stimolo difficile da ignorare. Trattenere il respiro è una scelta volontaria, ma i meccanismi che regolano la respirazione continuano a funzionare. Mentre la CO₂ aumenta e l’ossigeno diminuisce, il sistema nervoso riceve segnali che contribuiscono a rendere più forte il bisogno di riprendere fiato.
Se l’apnea si prolunga, possono comparire anche contrazioni involontarie dei muscoli respiratori, in particolare del diaframma. Possiamo avvertirle come piccoli movimenti o tentativi di inspirare, anche se stiamo ancora trattenendo volontariamente il respiro. Queste contrazioni non compaiono necessariamente nello stesso momento per tutti e non indicano quanto ossigeno rimane nel corpo. Il bisogno di respirare dipende infatti da diversi segnali fisiologici. Non possiamo quindi basarci sulla presenza o sull’intensità di queste contrazioni per decidere fino a quando trattenere il respiro.
Cosa significa davvero “tolleranza alla CO₂”?
L’espressione tolleranza alla CO₂ compare spesso quando si parla di respirazione, breathwork, apnea e performance. Può far pensare che esista una capacità precisa e facilmente misurabile: trattengo il respiro più a lungo, quindi tollero meglio la CO₂. In realtà, la durata di un’apnea dipende da diversi fattori: da come respiriamo prima di iniziare, da quanto siamo abituati a trattenere il respiro e da come il nostro organismo reagisce durante la pausa. Anche l’allenamento può influenzarla, soprattutto in chi pratica regolarmente l’apnea.
Il tempo segnato dal cronometro rimane quindi il tempo di quella particolare apnea, nelle condizioni in cui l’abbiamo fatta. Non basta, però, per capire come respiriamo nella vita quotidiana.
Una breve esperienza per sentirlo
Puoi osservare questo meccanismo senza trasformarlo in una prova di resistenza.
- Siediti comodamente e respira normalmente per qualche istante, senza fare respiri profondi o veloci per prepararti.
- Dopo un’espirazione naturale, fai una pausa molto breve, senza sforzarti di trattenere il respiro.
- Presta attenzione a ciò che senti. Potresti accorgerti del primo desiderio di inspirare, anche se appena percettibile.
- Riprendi a respirare normalmente non appena senti il bisogno di farlo, senza cercare di prolungare la pausa.
Le apnee prolungate sono un’altra cosa. In particolare, trattenere volontariamente il respiro in acqua può comportare rischi seri. Questa breve esperienza va fatta da seduti, fuori dall’acqua, e interrotta subito in caso di fastidio o malessere.
Il punto di vista Mindfuland
Nel suo lavoro sulla respirazione, Leonardo Pelagotti, coach Mindfuland, utilizza anche l’apnea come pratica di esplorazione, con un’indicazione molto chiara: evitare di forzare e di trasformarla nella ricerca di un record. È un approccio che sposta l’attenzione dal quanto resisto? a ciò che accade durante quei secondi. Quando compare il bisogno di respirare, possiamo essere tentati di considerarlo un ostacolo da superare. Ma quella sensazione è anche il modo in cui il corpo ci segnala che è il momento di riprendere fiato.
Durante quei secondi, vale la pena prestare attenzione a come cambiano le sensazioni: anche una breve apnea può essere vissuta in modo diverso ogni volta.
Scritto da: Mindfuland Editorial Team
Fonti
- Parkes MJ. Breath-holding and its breakpoint. Experimental Physiology. 2006;91(1):1–15. doi:10.1113/expphysiol.2005.031625.
- Lindholm P, Lundgren CEG. The physiology and pathophysiology of human breath-hold diving. Journal of Applied Physiology. 2009;106(1):284–292. doi:10.1152/japplphysiol.90991.2008.
- Yu E, Valdivia-Valdivia JM, Silva F, Lindholm P. Breath-Hold Diving Injuries – A Primer for Medical Providers. Current Sports Medicine Reports. 2024.


